Davide Mazzetti, storia di un digital compositor

Scritto da Gianmarco Capri

Dicembre 24, 2019

Facciamo parte tutti di una storia infinita e siamo il frutto delle nostre scelte. Ci sono percorsi professionali che ci aiutano a comprendere quanto sia difficile ma al tempo stesso entusiasmante riuscire a trasformare la nostra passione in un lavoro.

La community di Montalo è nata anche con l’idea di unire storie di professionisti del settore e freelance che sono riusciti ad inseguire i propri sogni.

Conoscere il loro percorso di formazione e lavorativo può aiutare tutti a capire come riuscire ad ottenere gli obiettivi prefissati.

In questo primo appuntamento ho avuto il piacere di intervistare Davide Mazzetti, 29 anni, nato e cresciuto a Roma, digital compositor con all’attivo esperienze importanti con produzioni nazionali e  internazionali.

Conosco il modo di lavorare di Davide avendo avuto il piacere di collaborare con lui nel film Generazione Diabolika che ho prodotto insieme a Giueseppe Di Renzo e Silvio Laccetti.

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere insieme pochi giorni fa e mi sono fatto raccontare qual è stato il suo percorso, a partire dalla sua formazione fino ad arrivare alle ultime collaborazioni con Netflix nella prima stagione della serie Baby.

Quando e come è nata la passione per l’audiovisivo?

È nata quando ero bambino. Sono figlio unico e i film erano spesso i miei compagni di giochi e catalizzatori delle mie fantasie. Tutto il bagaglio culturale cinematografico che ho nasce dalla moltitudine di film di cui mi nutrivo e mi nutro tuttora ogni weekend.

Qual è stato il tuo percorso formativo?

Tutto è iniziato un po’ per caso, durante delle piccole produzioni tra amici. Mentre frequentavo la facoltà di economia e lavoravo contemporaneamente, mi sono avvicinato pian piano al mondo degli effetti visivi. Devo dirvi la verità, inizialmente conoscevo davvero ben poco di questa professione. Dopo un anno da autodidatta, crescendo a pane e tutorial di youtube e lasciando anche il percorso universitario che non faceva per me, ho preso la prima scelta importante.

Mi sono iscritto al corso di Compositing della scuola di creatività digitale Artithesi. Solo in quel momento ho capito che quello che facevo e volevo fare aveva una nome: il Digital Compositor.

Ho capito che una professione si impara meglio se ad insegnartela sono professionisti veri e propri, non semplici professori, ma gente che fa quello dalla mattina alla sera per poi trovare anche  il tempo di  insegnare a delle nuove leve come me.

Cosa ti affascina maggiormente di occuparti di effetti visivi?

Ultimamente mi sto appassionando molto al mondo dei prestigiatori perchè secondo me si avvicina molto al mio. Il focus è stupire lo spettatore. Magari lui noterà solo l’esplosione finale che lo lascia a bocca aperta ma il mio lavoro è composto anche dalle altre cento piccole cose che la maggior parte non riesce a notare. Se quello che faccio non si nota vuol dire che è stato fatto bene.

Qual è il software che usi e perché?

Lavoro con Nuke perchè oltre ad essere il software più utilizzato, specialmente nel cinema, è anche il più potente ed il più malleabile. Non è l’unico che ho utilizzato. Ogni software ha prestazioni migliori in base al compito specifico per il quale viene utilizzato. Esempio After Effects per la motion graphics (è stato il mio primo programma ed il primo amore non si scorda mai!), Mocha per i track 2d, Synteyes e Pftrack per il matchmove e ogni tanto un po’ di Cinema4d per la CGI (anche se presto mi voglio interfacciare con Blender).

Pensi che saresti riuscito ad imparare ad usare Nuke come autodidatta senza iscriverti ad una scuola/accademia?

Penso di no. Sarei riuscito a conoscere Nuke, a capirne l’interfaccia e le possibilità che ti puó dare, ma non sarei mai riuscito a saperlo utilizzare da professionista. Il software è complesso, puoi fare mille cose, ma magari di quelle mille te ne servono solo dieci.  Un professionista ti può aiutare a capire quali sono quelle utili e scartare per ora le altre. Studiare in una scuola gestita da professionisti del settore mi ha aiutato a dimezzare i tempi e ad avere una curva di crescita migliore rispetto a quando ero un semplice autodidatta.

Parlaci un po’ di questo Nuke.

Puó essere installato direttamente dal sito di The Foundry, dove è presente una versione non-commercial gratuita, che ha delle limitazioni ma che ti permette di avere un primo impatto con il software. La versione professionale non è per tutte le tasche, ma se ti ritrovi in un’azienda si può star sicuri che qualsiasi prezzo ripaga i risultati che si possono ottenere.

Nuke è un software che si basa su un sistema nodale. Per farla breve ogni azione o nodo ha un input ed un output (a volte più di uno) che li collega agli altri nodi. Gli alberi di nodi che si vanno a generare determinano la tua comp. e quindi il risultato finale.

La differenza principale tra questi sistemi e quelli a livelli é il flusso del ragionamento. In un sistema a livelli quello superiore modifica gli inferiori o comunque il legame risulta limitato tra sopra e sotto. Per lo più, in un sistema nodale, i nodi sono frutto del tuo ragionamento e possono collegarsi tra loro in molteplici modi e con molteplici correlazioni.  È raro vedere alberi di nodi uguali tra loro se fatti da persone differenti perché i nodi rispecchiano il nostro modo di ragionare che è unico.

È fondamentale conoscere al 100% il software oppure anche con una conoscenza basic si possono affrontare worflow produttivi?

Dopo quasi tre anni (scuola e lavoro) posso dire di non conoscerlo al 100%. Forse al massimo a un 30% ma non per mia negligenza ma perchè il 30% basta per ora a me per arrivare a determinati risultati. Continuo comunque ancora a studiarlo mentre lavoro per aumentare questa percentuale. È un software immenso e complesso e sta a chi lo usa prendere ciò che serve per produrre al meglio (ci sonoprofessionisti che ne conoscono al massimo un 10% ma che con quello creano prodotti straordinari).

Qual è l’aspetto più importante per gestire al meglio Nuke?

L’organizzazione mentale è fondamentale. Il nodegraph (dove si inseriscono i nodi) di Nuke è come uno specchio dei nostri ragionamenti e per evitare confusione anche nei risultati bisogna far ordine mentale nei propri ragionamenti. Un albero di nodi confuso genera una comp. confusa, per non parlare poi se ad una stessa comp. lavorano più persone (il che capita spesso). Essere sintetici e andare dritti al punto aiuta molto.

Quali sono i limiti di questo software?

Limiti penso nessuno. Bisognerebbe conoscerlo al 100% per conoscerne anche i limiti e devo dire che per ora di limiti veri e propri non ne ho trovati. Ovviamente ci sono features che altri software svolgono in modo migliore (come ad esempio la motion graphics su After Effects) ma questo non vieta di utilizzare comunque Nuke, che credo sia il software più completo nel campo.

Quanto è importante, prima ancora di lavorare sul software, lo studio dell’immagine?

È fondamentale. Il software è la macchina che viene utilizzata ma se non c’è una conoscenza alla base di chi la utilizza è inutile. Ho elogiato Nuke per le sue potenzialità ma il compositing non lo fa il software. Potrei fare comp. anche con After Effects (con più difficoltà tecniche magari) perchè le mie conoscenze hanno basi che si fondano sulla realtà e sullo studio di essa che vanno ben oltre il software.

Ogni processo del mio lavoro parte dallo studio del frame o della sequenza per poi partire con l’atto pratico. Il primo è uno step imprescindibile.

In questi anni in cosa ti sei specializzato nel dettaglio?

Penso che il mio ruolo in azienda riguardi il matchmover (in breve digitalizzare dei movimenti di camera che partono da movimenti di camera reali) e questo mi ha portato ad addentrarmi molto nel mondo del track sia 2d che 3d, molto utile in ogni sorta di comp. e buono da utilizzare anche per piccoli effetti di graphic da inserire su riprese reali.

Oltre a questo, il continuo studio dell’immagine mi ha portato a perfezionare la sensibilità nelle varie operazioni di Color che in Nuke si possono racchiudere in un unico e semplice nodo ma dalle potenzialità infinite.

Come sei riuscito a trovare la tua prima occupazione?

Ho iniziato quasi due anni fa, ad aprile 2018, presso una piccola società chiamata Al-one. Una società piccola ma che aveva grandi prospettive e grandi idee e nella quale lavoro tuttora. Sono entrato grazie ad un colpo di fortuna (ma la fortuna aiuta gli audaci ed ognuno di noi è artefice della sua seconde me).

Loro avevano bisogno di uno junior compositor ed io ero uscito in quel momento dal corso base di Artithesi e stavo frequentando quello avanzato. Il mio docente lavorava e lavora lì e così mi ha proposto di aiutarlo.

Quali sono i progetti a cui sei più legato e che ti hanno dato le più grosse soddisfazioni?

La prima stagione di Baby, la serie Netflix, per conto di Al-one, è sicuramente uno dei primi. Abbiamo curato tutta la parte grafica in relazione ai cellulari dei protagonisti. Il lavoro non è stato complicato di per se ma mi ha fatto interfacciare con una realtà enorme come quella di Netflix.

Poi un documentario su Tintoretto, in collaborazione con la Zetagroup, “Jacopo Tintoretto and the New Venice”. Un lavoro fatto in pochi ma che a livello visivo ha dato degli ottimi risultati.

Per ultimo, il mio lavoro migliore, quello per cui sto lavorando da due anni ma di cui, per motivi contrattuali, non posso ancora parlare.

Un piccolo indizio?

Presto lo vedrete al cinema.

Qual è il consiglio che ti sentiresti di dare ad un ragazzo o una ragazza che vuole intraprendere una carriera da digital compositor?

Di osservare e comprendere, sia la strada che vogliono percorrere (non è un mestiere conosciutissimo e per questo va prima compreso), sia il mondo che li circonda. Un compositor manipola l’immagine ma per poterlo fare ha bisogno di conoscere la realtà per poterla ricreare e modificare.

Quali sono i passaggi fondamentali per poter accedere al mercato del lavoro di questo settore?

Fare, fare e ancora fare. Come dicevo, io sono stato fortunato ma perchè mi sono avvicinato a questa fortuna, facendo scelte e producendo effetti che qualcuno ha reputato “belli”.  In questo campo siamo come pittori e le nostre opere, all’atto pratico  i nostri showreel, parlano per noi.  Se non produci (anche se a casa non per forza con una società) non hai nulla da mostrare e nessuno conoscerà le tue capacità.

Quali sono state le difficoltà più grandi che hai trovato durante il tuo percorso formativo e professionale?

Purtroppo la difficoltà più grande è quella che riscontrano tutti i giovani professionisti in questo paese: la mancanza di esperienza. Ogni ambito è comandato dai “vecchi”, soprattutto uno elitario come quello del cinema, che hanno un CV importante e a volte pensano che il CV sia la metrica più rilevante, ancor prima delle capacità vere e proprie.

In che modo sei riuscito a superare questi ostacoli?

Grazie alla mia ambizione. È una caratteristica che non deve mai mancare. Bisogna sempre puntare in alto ma rimanendo con i piedi per terra e lavorando sodo e tanto.  Se punti ad essere il migliore cercherai sempre di migliorarti e avrai la possibilità di mostrare le tue capacità. In quel caso non c ‘é CV che tenga.

Qual è il grande limite del tuo settore, per lo meno in Italia?

La poca conoscenza. Io stesso non ne conoscevo tutti gli aspetti e la complessità prima di entrare a farne parte. Rendere un settore elitario, come allo stesso tempo sdoganarlo, non ne permette la crescita ottimale. Serve equilibrio.

Quali sono invece gli aspetti positivi di lavorare come compositor in Italia?

Noi italiani non siamo specialisti di natura. Cerchiamo di apprendere ogni aspetto collaterale di qualsiasi cosa alla quale ci interfacciamo. La differenza con l’estero è proprio questa: in questo settore siamo meno ingranaggi di una macchina e più artisti. Siamo in grado di fare più cose e ci viene permesso di farlo, di allontanarci un po’ dal nostro “compitino a casa”. Io stesso sono entrato nella mia società come compositor e sono diventato  poi anche un matchmover, permettendomi di avvicinarmi anche al campo della CGI.

La tua è una figura tecnica ma in realtà anche molto creativa. Perché molto spesso il compositor viene visto solo come un tecnico? Dove e in che modo la creatività gioca un ruolo fondamentale?

La differenza fondamentale secondo me sta nell’approccio al lavoro.  Il nostro è un lavoro molto tecnico solo se viene vissuto come tale. In realtà in questo caso verrebbero  nascosti tutti i ragionamenti creativi e le decisioni che invece anticipano l’atto pratico.

Io stesso mi definisco spesso un artista, ma semplicemente perché so che in ogni aspetto anche il più tecnico di quello che faccio c’é dentro un po’ della mia creatività, che sia una direzione artistica o semplicemente una scelta fra più opzioni.

Qual è la grande differenza tra lavorare per la tv e lavorare per il cinema?

Sicuramente i tempi. Per la tv sono molto più stretti, quasi stressanti. Spot da fare in due giorni e serie tv in due settimane. Nel cinema i tempi sono più dilatati, anche perché deve essere tutto perfetto al millimetro. Al cinema un millimetro del tuo schermo diventa mezzo metro, si vede ogni cosa e questa cosa è la paura più grande di un compositor. Per lo meno la mia.

Parlando di cinema, qual è il tuo punto di riferimento?

Domanda difficile. Come tutti penso che dipenda dal momento o dal periodo della vita. Penso che si cerchi nel cinema, o comunque nell’intrattenimento in generale, quello di cui si ha bisogno e proprio per questo vario molto nei generi. Ultimamente ad esempio vedo molti documentari, forse per la sete di conoscenza e ricerca che in questo momento è molto forte in me.

Ultimamente sono diventato purtroppo molto più critico rispetto ai film che vedo, soprattutto se si parla di effetti visivi che, spesso, lasciano a desiderare. Capita anche chi non fa questo lavoro che si ritrova a vedere una scena di un film e a domandarsi  il perché se c’é qualcosa che non va, se quell’effetto non sembra abbastanza “vero”. Quando conosci la risposta a queste domande la situazione è secondo me peggiore e si perde interesse.

Poi esistono ovviamente eccezioni di maestosità tecnica come il Re Leone o l’ultimo Avangers, anche se anche questi non sono esenti da critiche, ma che comunque sono realizzati da team talmente grandi che si allontano molto dalle mie conoscenze di settore (difficile immaginare studi come quelli di MPC che presentano centinaia e centinaia di persone divise anche in varie zone del mondo quando lavorano in uno studio con 40 persone). Forse proprio per questo mi sto avvicinando ad un cinema più autoriale o che comunque non prevede la mano pesante in effetti visivi.

Delle ultime uscite mi ha colpito e non poco Parasite, film immenso secondo me, con mille chiavi di lettura e spunti di riflessione e al contempo assurdo e psicotico.  Senza scordare la fotografia di Joker, ovviamente.

 

 

 

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