Quando il suono è la tua vita: intervista a Riccardo Landi

Scritto da Gianmarco Capri

Marzo 28, 2020

Facciamo parte tutti di una storia infinita e siamo il frutto delle nostre scelte. Ci sono percorsi professionali che ci aiutano a comprendere quanto sia difficile ma al tempo stesso entusiasmante riuscire a trasformare la nostra passione in un lavoro.

La community di Montalo è nata anche con l’idea di unire storie di professionisti del settore e freelance che sono riusciti ad inseguire i propri sogni.

Conoscere il loro percorso di formazione e lavorativo può aiutare tutti a capire come riuscire ad ottenere gli obiettivi prefissati.

In questo sesto appuntamento, dopo aver raccontato la storia di Davide Mazzetti  , quella di Giampiero CivicoFabrizio RienziSilvio LaccettiChiara Santoro e Giuseppe Bravo, oggi conosciamo Riccardo Landi, montatore di presa diretta

Una storia che ci può far conoscere meglio l’importanza del suono in un prodotto audiovisivo. Il suo percorso, formativo e professionale, sarà di certo utile a tutti coloro che vogliono saperne di più rispetto all’argomento o vogliono intraprendere una carriera di questo tipo nel settore.

Chiaramente, visto il periodo, io e Riccardo ci siamo sentiti a distanza ma è stata lo stesso una bella chiacchierata!

Partiamo dalle solite presentazioni …
Sono Riccardo Landi, vengo da Montecalvoli, un paesino in provincia di Pisa. Vivo da circa 7 anni a Roma nel quartiere di Centocelle, e sono un montatore di presa diretta.

Raccontami come è nata la passione per l’audiovisivo. Quando e quanti anni avevi?
Difficile dare una risposta. Direi durante l’adolescenza, ma è impossibile stabilire un momento preciso. Probabilmente è stato un insieme di curiosità e scoperte trasversali, dalla crescente passione per il cinema, alla musica, ai primi lavori audiovisivi di ripresa e montaggio fatti al liceo e poi proseguiti in un’occupazione vera e propria, fino a scoprire che la mia strada era il montaggio del suono. 

Qual è stato il tuo percorso formativo?
Alcuni anni fa ho frequentato un corso di tecnico del suono per il cinema finanziato dalla regione Toscana e organizzato dall’associazione Armunia di Castiglioncello (LI). Finito il corso, ho deciso di frequentare uno stage a Roma, in cui avrei sicuramente avuto una maggiore probabilità di entrare nel mondo del cinema, e fortunatamente questo ha dato il via alla mia carriera lavorativa.

Pensi che saresti riuscito a formarti e a ottenere gli stessi risultati senza iscriverti ad un corso?
Non credo. Il corso che ho frequentato, per quanto piuttosto breve e non paragonabile a quelli di scuole ben più rinomate, mi è servito sia per apprendere le basi di quello che sarebbe stato il mio lavoro, sia per cominciare a prendere contatti con professionisti con cui mi sono trovato a lavorare anche negli anni seguenti.

Quando hai iniziato a lavorare come montatore di presa diretta, per quale società e come sei riuscito a trovare questa prima occupazione?
Finito il mio stage presso la Rec&Play, sono stato presentato alla Sound On Studios, che mi ha accolto con grande passione e generosità. Qui ho cominciato una sorta di secondo stage, ben più lungo, in cui ho cercato di capire la mia strada e apprendere tutto ciò che mi sarebbe servito per lavorare, fino ad essere in grado, circa due anni dopo, di montare la presa diretta del mio primo film.

Quali sono state le successive esperienze?
Al momento sono un freelance a partita IVA, quindi non dipendo da alcuna società. Generalmente lavoro come montatore di presa diretta per il cinema, ma ho lavorato anche per film TV, fiction, pubblicità e programmi TV, e su alcuni progetti come fonico di doppiaggio. Ho lavorato per RAI, Mediaset e varie produzioni: Palomar, Istituto Luce, Indiana, Minerva, Stemal, Kino, fino a produzioni internazionali.

Qual è la cosa che ami di più del tuo lavoro?
Ogni progetto è un mondo a sé stante, in cui si collabora con persone sempre diverse. Presenta difficoltà nuove da affrontare e stimola metodi diversi per farlo, permettendo di acquisire nuove competenze. Il vantaggio è duplice, sia perché si è sempre stimolati, sia perché non ci si può mai sentire arrivati. C’è sempre qualcosa da imparare.

Quali sono i consigli che ti sentiresti di dare a tutti quei ragazzi che vogliono intraprendere una carriera nel tuo stesso settore?
Non mollate. Cercate di esplorare il più possibile gli ambiti offerti dall’audiovisivo, e una volta capito qual è la vostra strada, andate avanti senza paura, con curiosità e tanta determinazione. Non è semplice arrivare a poter vivere di questa professione, ma il principale alleato (come in tutte le cose) è la volontà. Volontà di studiare, di provare, sbagliare, imparare e capacità di essere molto critici verso il proprio lavoro.

Quali sono i passaggi fondamentali per poter accedere al mercato del lavoro di questo settore?
È un lavoro in cui è necessaria molta gavetta. Io sono stato fortunato da questo punto di vista perché ho conosciuto persone da cui ho potuto apprendere molto. Ma è necessario partire dal basso, con tanta voglia di imparare, molta pazienza, accettando inizialmente piccoli lavori e cercando di trarre il meglio da ogni singolo contatto.

Quali sono state le difficoltà più grandi che hai trovato durante il tuo percorso formativo e professionale?
Sicuramente le difficoltà maggiori sono all’inizio, quando si è ancora nella lunga fase di apprendimento, ma c’è già la voglia di lavorare e di guadagnare, cosa che spesso non permette di mantenere la necessaria lucidità per capire da una parte cosa si è più o meno pronti a fare, dall’altra quanta pazienza e determinazione siano necessarie per sopportare le varie porte chiuse, i vari ‘adesso non abbiamo bisogno, riprovi più avanti’.

Una volta entrati effettivamente in questo mondo, ci si scontra con difficoltà più esterne a noi stessi.

Come il fatto di riuscire a programmare il proprio lavoro in base a tempi che spesso sono soltanto indicativi, o il fatto di doversi rapportare con persone sempre nuove e diverse, che spesso non ci conoscono e delle quali bisogna cercare di conquistare la fiducia, per poter svolgere il lavoro nel migliore dei modi.

In che modo sei riuscito a superare questi ostacoli?
Sicuramente la determinazione è stato il mio alleato più grande. Il fatto di essere entrato in questo mondo piuttosto tardi, quando ero già ben più che un ragazzo, mi ha spinto ad andare avanti dritto come un treno, consapevole del fatto che questo era ciò che volevo fare nella mia vita.
Oltre a ciò, sono stato fortunato ad incontrare lungo la mia strada delle persone che mi hanno aiutato, sia dal punto di vista prettamente professionale che umano.

Qual è a tuo avviso il grande limite del tuo settore, per lo meno in Italia?
Purtroppo il mondo del cinema è in declino da anni, e il settore della post produzione è uno dei più colpiti. Oltre ai cronici problemi di mancanza di budget, c’è spesso molta improvvisazione e molto poco rispetto di regole e procedure. Se poi vogliamo allargare il settore non soltanto alla post produzione, ma all’intero processo produttivo cinematografico e televisivo, c’è da dire che la qualità delle produzioni è spesso molto bassa e sembra che si tenda a voler offrire allo spettatore sempre lo stesso prodotto, senza rischi, senza volontà di innovare una macchina che arranca sempre di più.

Quali sono invece gli aspetti positivi di lavorare in Italia?
L’Italia ha una storia, dal punto di vista cinematografico e non solo, che tutto il mondo può invidiarci. E, per quanto attualmente non si possano fare paragoni con quello che era, ad esempio, il mondo del cinema qualche decennio fa, mi piace pensare che il genio italico non sia morto, ma che faccia semplicemente più fatica a venire fuori.
Per il resto, credo che una delle nostre qualità migliori sia il tipo di rapporti umani che siamo in grado di intrecciare in ogni ambito, e questo non fa eccezione.

Spesso, soprattutto per lavori tecnici e specializzati come il tuo, si fa fatica a comprendere quanto ci sia dietro a questa attività. Cercando di spiegarcelo in maniera semplice, qual è nel concreto il lavoro che svolgi e cosa fai?
Il mio lavoro generalmente inizia dove finisce quello del montaggio scena: partendo dalle clip montate in timeline, quindi da un primo montaggio, video ma anche sonoro, fatto dal montatore scena, il mio lavoro consiste nel cercare di sfruttare al meglio tutto il materiale sonoro ripreso sul set in modo da creare un montaggio coerente, pulito e fluido. Se, banalmente, una scena ha un campo e un controcampo fra due attori che parlano fra loro, sarà mio compito fare in modo che non si avverta alcun passaggio, alcun gradino di suono, nei vari tagli che compongono il montaggio. Ovviamente il grosso del lavoro riguarderà i dialoghi, che devono essere il più possibile chiari e comprensibili, ma non solo. Compito del montatore è anche valutare quanto del materiale ripreso sia utile ai fini del film e quanto debba essere o sostituito con altro materiale proveniente dal set, o sostituito/arricchito con materiale creato ad hoc dal montatore effetti, o, nel caso di un dialogo, ridoppiato.

Quali sono i prerequisiti tecnici alla base del tuo lavoro?
Oltre ovviamente allo studio del suono e dei modi in cui si propaga, è necessaria una conoscenza dei metodi di microfonazione sul set e una padronanza perfetta del software utilizzato.
Ma la cosa principale è educare l’orecchio all’ascolto, cosa che si impara soltanto con l’esperienza e con tante tante ore passate in sala mix, in sala montaggio e, perché no, al cinema come semplice spettatore.

Qual è il software che usi e perché?
Utilizzo Pro Tools perché è un buon software, piuttosto completo, ed è il più diffuso nell’ambito della post produzione audio.

Quali sono i limiti di questo software?
Pro Tools è ancora piuttosto carente nella comunicazione con gli altri software, e se questo può essere comprensibile con Final Cut o con Premiere (a volte aprire un AAF o un OMF prodotti con questi software diventa un incubo), non lo è sicuramente con AVID Media Composer, trattandosi di prodotti provenienti dalla stessa casa di produzione.
A livello tecnico funziona mediamente bene, ma non di rado capitano blocchi del software stesso o dei suoi plug-in, chiusure improvvise o comportamenti strani dovuti probabilmente a una non perfetta gestione delle risorse del computer.
Infine, l’interfaccia avrebbe bisogno di essere rimodernata, sia dal punto di vista estetico che di usabilità, e alcune funzioni dovrebbero ormai far parte da tempo del software: una gestione più snella degli aaf, magari con un supporto al relazionamento (ossia alle modifiche di montaggio scena che devono essere riportate al montaggio audio), una ricerca dei file audio più completa e veloce, e una maggiore versatilità nella possibilità di utilizzare periferiche non più recentissime o diverse da quelle ufficiali. Ma questo rientra più nelle logiche di marketing che di programmazione.
Stiamo parlando di un software in generale molto completo, ma un po’ restio a cercare di migliorarsi. Basti pensare che si è dovuti arrivare alla versione 11 per poter fare il bounce offline e non in tempo reale.

Cosa rappresenta per te il suono?

Parafrasando un vecchio slogan di un noto marchio di cui non posso fare il nome: il suono è tutto!

Ciò che mi piace trasmettere ai miei allievi, che è poi l’insegnamento dei miei maestri, è: siamo tutti abituati a vivere il mondo con gli occhi. Proviamo ad ascoltarlo con le orecchie. Da soli, con semplici esercizi come chiudere gli occhi a letto e provare a concentrarsi sulla natura e sulla provenienza dei suoni che sentiamo, alleniamo le nostre orecchie a un senso che spesso non viene sfruttato appieno. E andiamo al cinema, ascoltiamo la musica con attenzione e non solo come intrattenimento, ascoltiamo lingue diverse dalle nostre. Il suono può darci molto più di quanto abbiamo forse pensato finora.

Qual è il tipo di cinema che più ti appassiona?
Il cinema silenzioso. Che può sembrare un controsenso, ma non lo è. Odio il frastuono, sia nella vita reale che al cinema, e sono una persona piuttosto riflessiva, quindi non mi attira il cinema d’azione, ma sono affascinato da lenti movimenti di macchina, suoni delicati, dialoghi alternati a lunghi silenzi. Anche a livello sonoro li trovo molto più affascinanti, ovviamente se creati con cura e non solo a supporto della scena.

Qual è la grande differenza tra lavorare per la tv e lavorare per il cinema?
I soldi, ahah. No, non è vero. In un mondo ideale, risponderei il tempo. I ritmi televisivi sono frenetici, senza soste, con continue revisioni, continue modifiche. La TV ha il sapore di un lavoro industriale, laddove il cinema si identifica con la bottega di un artigiano, con le sue mani al lavoro. Con ritmi lenti e pause di riflessione. O meglio, dovrebbe identificarsi, perché purtroppo non di rado la crisi del settore, la mancanza di idee, la ricerca del profitto facile, fanno sprofondare il cinema in qualcosa che cinema non è.
Ma devo dire che, quando un film è valido e si ha la fortuna di lavorarci, di contribuire sapendo che si sta dando vita a qualcosa che rimarrà per sempre, vedere il proprio nome che scorre sullo schermo nero dei titoli è una delle più forti emozioni che si possano provare.

 

 

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